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Laboratorio di scrittura creativa RAI-ERI “Il libro che non c’è” - La ragazza con la carrozzina in lega leggera

La ragazza con la carrozzina in lega leggera

Sono di casa. L’emozione è superata. Entro con passo sicuro nella guardiola della vigilanza e trovo lei, la donna in divisa che s’era rivolta a me con aria di sufficienza la volta precedente. Ora l’affronto con decisione, le mostro la carta d’identità, mi fornisce subito il pass. Mi avrà riconosciuto, penso. Presuntuoso, mi dice una vocina sulla spalla, sei solo registrato. Ma non importa: con le tessere blu a banda magnetica con la dicitura RAI in cima che mi stampano a ogni lezione, ci farò un collage degno delle migliori espressioni di pop art.

Sono in anticipo, la sala è pressoché vuota, mi accomodo, preparo carta e penna, apro l’app dello smartphone che registrerà ogni parola della premiata ditta Paola e Ale. È così che Paola Gaglianone e Alessandro Salas si firmano sulle e-mail che ci inviano ogni settimana. Sì, perché loro ci scrivono, loro ci inviano il resoconto della lezione precedente, loro danno un feedback ai racconti che ci danno da sviluppare. Per inciso, la Gaglianone è la presidente del polo bibliotecario capitolino, messa a capo del consiglio di amministrazione delle biblioteche romane dal sindaco Marino nel luglio dello scorso anno. Insomma, non è proprio l’ultima arrivata.

Si inizia con un breve ripasso di quello che ci siamo detti lo scorso lunedì e in particolar modo sul punto di vista di una narrazione che, ormai lo prevedo, sarà un tema che ci seguirà per tutta la durata del corso. Si passa a leggere gli esercizi che ci erano stati assegnati. Scopro, ma senza sorpresa perché lo sospettavo, che un compendio di antropologia umana è concentrato in questa piccola sala. Assistiamo allora al portentoso egocentrismo del cantautore la cui storia non trova sfogo tra le note di una canzone e rivendica il proprio diritto all’esistenza tra le righe di un racconto, al non “troppo velato” senso di patologica malinconia della ragazza il cui essere donna non trova rispondenza nel suo aspetto esteriore, al disagio del datato signore per una umiliazione infantile non ancora risolto.

Fuori dal coro, c’è una voce che vale la pena di raccontare. È quella della giovane ragazza con la carrozzina in lega leggera, come suole essa stessa definirsi, che reclama i propri limiti.

«Tu mamma» legge la ragazza, «dici che per te io sono e sarò sempre normale. Ma io non sono normale, mamma. Io, mamma, non sono neanche diversa. Io ho dei limiti. Con loro, con i miei limiti, io devo convivere e non li nascondo. E neanche tu, mamma, li devi nascondere.»

È un urlo quello che esce fuori, un punto di vista ben radicato e nascosto dentro la testa della persona che trova finalmente la sua via di fuga.

Scrivere è anche questo. Scrivere non è tanto vincere un concorso a Canicattì, non è tanto pubblicare un libro a pagamento e farsi spillare soldi da pseudo editori/tipografi che leggono con cura le vostre prime due pagine. Scrivere è trovare la propria voce. Il proprio senso. È scoprire quello che hai da dire.

Gli insegnanti fanno notare uno spunto interessante del testo: l’uso del tu narrativo. È una forma, dicono, che fornendo al testo una sorta di confidenza, è capace di risolvere molte situazioni narrative.

Si passa a trattare la voce narrante in terza persona che, come la premiata ditta tiene a precisare, può esplicarsi in variegati toni. Per esaminarne uno, si legge La città di Leonia. È un racconto del 1972 di Italo Calvino, spiazzante per la sua capacità premonitrice. È la storia di una città che rinnova se stessa ogni giorno, che sostituisce il vecchio con il nuovo ogni mattina, una città in cui i veri eroi sono gli “spazzaturai” che rendono linda la città, una città che imploderà prima o poi nella sua stessa spazzatura.

L’obiettivo della lettura è analizzare il punto di vista del racconto. Un punto di vista apparentemente esterno, asettico ma che, mano a mano che si procede nel racconto, mostra una crescente partecipazione emotiva. Lo sguardo della voce narrante sembra imitare il volo di un gabbiano che all’inizio vola rasoterra e poi si innalza per osservare dall’alto, con una vista più ampia, le sorti della città. «È un grande racconto» conclude la Gaglianone.

Si termina con la prova per la prossima settimana. Si gioca con la favola di Biancaneve: dobbiamo riscriverla, con la più ampia libertà di interpretazione (non esiste un racconto giusto o uno sbagliato dice Salas) ma dobbiamo farlo mettendoci nel punto di vista di uno dei nani, uno a piacere. «Ogni nano ha il suo carattere e questo deve venir fuori dal suo modo di raccontare la storia.» Immagino già come una favola per bambini sarà trasfigurata in un racconto degno del miglior noir o del più pruriginoso racconto erotico.

Aldilà dell’esercizio di scrittura, ci sarà da leggere di nuovo la favola di Bancaneve. E a pensarci bene, credo che leggere di tanto in tanto una favola per bambini faccia bene pure a un adulto. A volte, un po’ di leggerezza è quello che ci vuole. Ogni riferimento alla leggerezza di calviniana memoria (“Lezioni Americane” di Italo Calvino) è puramente casuale e soprattutto irrispettoso.

di Giorgio Giaccaglini

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