Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per inviarti pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner acconsenti all'uso dei cookie.

Laboratorio di scrittura creativa RAI-ERI “Il libro che non c’è” - Il DNA di un racconto

Il DNA di un racconto

Mammolo era gay? E Biancaneve com’era? Donna di facili costumi? E sì, quella sorta di concetti, credenze, visioni che usiamo definire col termine di stereotipi sono ben radicati anche tra gli illuminati scrivani del corso. Lo so che vorreste subito conoscere la storia di Biancaneve così come le sagaci penne del laboratorio di scrittura l’hanno costruita, ma suvvia, pazienza, aspettiamo un momento. Prima parliamo di cose serie. Parliamo di incipit, non una cosa da poco.

L’incipit ti apre la porta della storia. L’incipit ha il DNA del racconto. Questo è ciò che la docente tiene a precisare. Ed è da quelle prime venti o trenta pagine che un editor capisce se una storia vale la pena di esser letta o lasciata andare. Mormorio nella sala. Aleggia un pensiero: ma come, si domandano gli arguti romanzieri del domani, stendiamo quattrocento e passa cartelle, rivoltiamo la nostra mente come un calzino, ci priviamo di ore di sonno, di amicizie, di amori, di dibattiti e fiction televisive, tralasciamo sedute di palestra e di piscina accettando che le nostre fattezze tendano sempre più a quelle di un bradipo in letargo, e poi... poi quella là si permette di giudicare il frutto del sudore della nostra fronte leggendo un così esiguo numero di pagine?

«Sì» dice la Gaglianone come se avesse interpretato i pensieri nei visi esterrefatti degli astanti, «perché lì, nelle prime pagine, ci deve essere tutto: tempo, luogo, il carattere dei nostri personaggi, cosa pensano, come ragionano, qual è l’aria del racconto. È come quando si incontra una persona nuova: se l’empatia scatta, bene, si va avanti, altrimenti un saluto e arrivederci.»

Pausa, caffè, sigaretta. A proposito: osservando il numero di aspiranti scrittori con le tasche piene di tabacco, cartine e filtri, provo lo sgradevole dubbio che solo chi rolla una sigaretta possa aspirare a successi letterari. In ogni caso ti da un tono e sei fico.

Si ricomincia. Il docente legge uno degli esercizi svolti su Biancaneve. Uno dei tanti, dice, giusto per intavolare una discussione. In breve la storia. Mammolo, il gentile, educato, timido nano, quello con sempre in mano un fiore e che arrossisce per un nonnulla, è la voce narrante. Mammolo è stato evirato ed è diventato l’oggetto sessuale su cui i compagni nanetti danno libero sfogo ai loro istinti primari. Poi, come si sa, nella vita ci si abitua a tutto, e Mammolo è anche contento di essere al centro delle loro attenzioni. La vita scorre serena fino alla comparsa di Biancaneve, che con languidi occhi, attira su di sé le virili pulsioni. Mammolo, geloso, tramerà con l’aiuto della perfida matrigna, affinché la bella principessa possa scomparire.

Ma quello che ci interessa non è la trama, bensì il modo in cui essa viene narrata. Gli eventi sono volutamente esposti in modo enigmatico. Accanto a me una ragazza non ha compreso la storia. Se la fa spiegare. Ne coglie il senso e con un gesto riflesso sobbalza e alza la mano. Dice: «Io pensavo di riscrivere la storia, non di stravolgerla. E sono scioccata.»

La bravura dello scrittore, dice il docente, sta nel far arrivare la storia al lettore senza troppo impegno da parte di quest’ultimo. Si legge per ricevere emozioni e il lettore deve recepire la storia senza salti, quasi senza accorgersene, altrimenti gli si toglie un po’ di quell’emozione.

Si discute fino alle otto di sera. Per la prossima volta c’é da leggere “La leggenda del Santo Bevitore” di Roth. Esco di corsa per prendere l’autobus 70 e poi il metrò e arrivare in stazione in tempo per il treno delle 20 e 58. Perso quello mi tocca rimanere lì, in quel non-luogo di un’umanità in movimento, fino alle sei del mattino e fare l’esperienza del senzatetto. Capisco che, parafrasando Hemingway, bisogna scrivere solo di ciò che si conosce e che il personaggio di un vagabondo potrebbe entrare in un racconto, ma a tutto c’è un limite e non me la sento di fare l’esperienza del clochard.

di Giorgio Giaccaglini

Vota questo articolo
(4 Voti)

#StorieInVallesina

Racconti, storie, aneddoti di persone che vivono in Vallesina.

Le Nostre Rubriche

#StorieInVallesina

Eventi in Vallesina

Error: No articles to display

Esutur Bus Tour Operator

Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla newsletter per essere sempre informato sulle notizie della Vallesina.