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Laboratorio di scrittura creativa RAI-ERI “Il libro che non c’è” - L’attesa e il mantra buddista

L’attesa e il mantra buddista

Il tema ricorrente della giornata è l’attesa. L’attesa in stazione per prendere il treno. L’attesa in treno per giungere a destinazione. L’attesa in giro per Roma aspettando l’inizio del corso. Questo, direte, è il solito tran tran. Sì, ma quest’oggi, l’attesa ci va giù di brutto quasi volesse di diritto affermare che quello odierno è il giorno mondiale a sé dedicato. D’altra parte, giacché esiste la giornata mondiale del gatto e quella sulla preservazione dello strato di ozono – non è una balla – perché l’attesa che ci accompagna per tutta la vita non dovrebbe averne una anche lei?

Anche a lezione la docente scrive a caratteri cubitali una parola su un ampio foglio di carta. La parola è: ATTESA.

Ci domanda: Cos’è l’attesa? Che sentimenti genera in voi? Le risposte sono molteplici e sfumate. E allora l’attesa genera rabbia per chi attende una persona in ritardo in mezzo alla strada e sotto la pioggia, oppure noia per chi prova in quel lasso di tempo segnato da un inizio sicuro e da una fine mutevole un prolungato stato di monotonia, o ansia per chi aspetta il risultato di un esame medico o di un colloquio di lavoro. E c’è chi, dalla spiccata vena poetica, simboleggia l’attesa con una corsa affinché quell’intermezzo temporale sia il più breve possibile. Ma la nota che manda in risonanza l’emotività dei presenti viene da lei, dalla conduttrice: l’attesa è tempo sospeso e felice, è tempo riconquistato, è tempo solo per noi.

Lì per lì rimaniamo sorpresi. Come può l’attesa essere un tempo felice? Ma nel tempo infinitesimale che una scarica elettrica impiega nel percorrere le sinapsi delle nostre terminazioni nervose, capiamo che c’è del vero in quello che dice: l’attesa è il tempo in cui torniamo padroni delle nostre azioni, in cui né essere umano né agenda ci indica cosa abbiamo da fare.

Per la prossima lezione abbiamo da buttar giù una storia sul tema dell’attesa. Già sul metro comincio a pensare a quale breve racconto dalla trama non banale possa inventare in così poco tempo. Impossibile. L’ansia mi invade. Questa volta non ho scampo: il blocco dello scrittore è arrivato.

Ma l’insieme imponderabile di cause che determina gli eventi della vita, che a seconda degli umani gusti viene chiamato destino o provvidenza, mi viene in soccorso. Arrivo in stazione Termini dieci minuti prima della partenza del mio treno. Il regionale veloce 2330 per Ancona dovrebbe già essere al binario 1est. Paziento, attendo, sono fiducioso, ma un vago presentimento mi assale. Tra la gente intorno a me cresce una strana turbolenza. A un certo punto la voce di Trenitalia avverte che i treni da e per Firenze, Ancona, Milano, Perugia, Bologna possono avere ritardi fino a 60 minuti. Il presagio diventa concreto. Sul monitor delle partenze compare il ritardo del treno per Ancona. Trenta minuti di attesa che in una progressione incontenibile e angosciante, come di una piena inarrestabile che sale e travolge ogni cosa, diventano 70, e poi 80, 85, 95, 105, per attestarsi sui 130 minuti di ritardo. L’aria all’aperto è frizzante. Un’onda di gente delusa e arrabbiata si dirige verso la sala d’attesa. Lì mi siedo e mi guardo d’intorno: trovo il frate francescano a piedi nudi e incappucciato che sembra appena uscito da Il nome della rosa di Eco, il tecnologico studente dell’ITIS di Ancona che con l’app dello smartphone ci aggiorna in tempo reale sulla evoluzione della situazione tranviaria, la imperturbabile ragazza delle FS che come un pugile suonato assorbe le inutili proteste dei viaggiatori. E poi fidanzati con le gambe intrecciate, bambini che dormono, altri che rompono, gente che sclera perché la batteria del cellulare è esaurita e le prese di corrente sono tutte gelosamente occupate. Seduta accanto a me c’è una ragazza, pendolare, di Terni. La mimica facciale di lei mi suggerisce un carattere ritroso e un poco spocchioso. Due parole di circostanza sul ritardo del treno e poi, dopo avermi ceduto la presa per caricare il mio cellulare esaurito, mi dice con voce flemmatica: «Ora ti scrivo un mantra buddista.» Fingo di non aver capito. Non è una frase che di solito t’aspetti. Accosto l’orecchio per farmela ripetere. «Un mantra buddista» ripete quella. Prende un pieghevole della Freccia Rossa, mi chiede una penna, che prontamente le do, e mi scrive: NAM MYOHO RENGE KYO. Mi da il foglio e mi dice: «Ripetilo dieci minuti al giorno. Entrerai in simbiosi col mondo. Troverai il sentiero per l’Illuminazione. Prova. Non costa nulla.»

Penso: ho trovato il mio racconto. Questa è l’attesa: un caleidoscopio di umanità che mi circonda. Inaspettata, variegata, sorprendente. Che si offre se non sei sempre di corsa.

di Giorgio Giaccaglini

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