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Laboratorio di scrittura creativa RAI-ERI “Il libro che non c’è” - : Un incontro all’improvviso

Un incontro all'improvviso

“Il libro che non c’è” è quella creatività che vuole venire alla luce e prendere forma nella narrazione. Anche la Gaglianone ha un “libro che non c’è”. Un libro iniziato e rimasto incompiuto che doveva essere la sintesi del percorso fatto col laboratorio di scrittura nel corso degli anni. È uno scambio epistolare tra lei e un’ipotetica amica scrittrice. La Gaglianone ci legge due brevi capitoli: sul senso del laboratorio e sull’importanza della voce narrante.

Volendo condensare il significato del primo capitolo, la lettera direbbe all’incirca così: Tu cara amica mia, sostieni che scrivere è un’arte che non si insegna e trovi incredibile che ci sia tanta gente che perda tempo e risorse per inseguire una chimera. Ma tu conosci pure l’impellente bisogno di inventare storie, di concretare, nella forma di un racconto, le passioni che accompagnano le nostre vite. Sai che scrivere significa avere coraggio, riservare ore e ore di isolamento alle nostre giornate, convivere con i fantasmi della mente. Sai che basta un nonnulla per far crollare il fragile ponte che unisce l’idea alla narrazione. E qui entrano in gioco le scuole di scrittura. Esse danno un sollievo a chi ha deciso di perseguire questa solitaria attività, instillano il senso di appartenenza a una squadra, stimolano la condivisione di fiducie e di speranze. Puntellano, insomma, quel fragile ponte. Molti hanno mollato, è vero, ma ne ho visti altri riuscire a dare forma al ”libro che non c’era”.

Per quanto concerne il discorso sulla voce narrante, la Gaglianone dà, alla sarcastica amica, all’incirca la seguente risposta: Sei ostinata cara amica. Non vuoi convincerti che qui non dispenso istruzioni per l’uso, tecniche per rendere un testo attraente o illusioni di gloria letteraria. Il lavoro è diverso. Qui ci alleniamo a varcare con voce credibile il confine sottilissimo e faticoso tra immaginazione e realtà. Trovarla, quella unica voce, è un affinamento continuo, un’attitudine da scovare, un duro apprendistato. Questo fa il laboratorio.

È vero. Sentirsi parte di una squadra, contare su un consiglio, sapere di non essere soli aiuta a tenere alta la testa. In ogni occasione. Così, quando rivelerete la vostra letteraria passione all’altezzoso interlocutore, e dalla bocca di costui usciranno frasi del tipo è proprio vero che oggigiorno scrivono tutti, voi, con altrettanta caustica ironia, potrete sostenere che esistono umane attività ben più denigrabili rispetto a quella di tenere ben attivo il cervello. E poi a volte la scrittura fa miracoli. Ora vi spiego.

Alla pausa delle 19 mi incammino per il bar della RAI. Nel tragitto per il cortile che separa uno stabile dall’altro, di sfuggita vedo un uomo uscire da uno dei capannoni adibiti alle registrazioni delle trasmissioni. Quella figura ha un non so che di familiare. Il viso è in penombra, non lo riconosco, ma la morbida e ondulata capigliatura, di media lunghezza e dai ciuffi ribelli, mi suscita un turbinio di pensieri. Quell’uomo l’ho già visto. Ne sono certo. Rallento il passo. Mi supera e da dietro lo scruto: alto poco più di un metro e settanta, andatura leggermente ondulante. Ho un lampo. Forse ho capito. L’emozione cresce, le pulsazioni cardiache sfiorano la tachicardia, il ritmo respiratorio è veloce e sincopato. Manco avessi visto la Ferilli o la Bellucci. Vedo quell’uomo entrare nell’ampio e quasi vuoto locale del bar. Lo seguo. Lo vedo ordinare un caffè, mescolare lo zucchero. Mi volta le spalle. Voltati, dico dentro di me. Si volta. È lui. Ogni dubbio è fugato. È un Angela, sì, proprio lui, quello più giovane, è Angela Alberto. I documentari di lui e quelli del padre Piero mi hanno accompagnato per tutta la vita.

Che fare? Me ne vado? Come niente fosse stato? No. Non posso. Sono lì, sono in RAI. Rimpiangerei quest’occasione. Respiro. Prendo coraggio. Vado da lui. Mi scuso. Mi presento. Gli stringo la mano. Improvviso un sincero complimento per la trasmissione che conduce. Gli parlo dei libri di lui che ho in casa. Sorride. Mi ringrazia. Lo ringrazio. Sto per lasciarlo. Lui mi dice: noi siamo qua.

NOI SIAMO QUA. Come un ritornello musicale, sento ripetere quelle parole nella mia testa. Mi domando cosa avrà voluto dire, ma per ora non importa. Oggi ho stretto la mano a un Angela. Per oggi è abbastanza. Fra una settimana vedremo.

di Giorgio Giaccaglini

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