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Laboratorio di scrittura creativa RAI-ERI “Il libro che non c’è” - L’Ego che fotte gli amori

L’Ego che fotte gli amori

-Vorrei che tu mi amassi realmente.
-Ci sono molti modi per farlo.
-Vuoi dire che non so leggere il tuo?
-Che non mi guardi abbastanza.

È un dialogo. Un dialogo che funziona. Un dialogo letto dall’insegnante con un tocco di navigata maestria che crea, almeno nel sottoscritto, uno stato d’intensa inquietudine. È composto solo da quattro battute la cui lettura, cronometro alla mano, si esaurisce in sette secondi. Eppure, quanto vissuto, quanto non-detto traspare in questo scampolo di narrativa. Ma è così che succede anche nella vita. Non è forse vero che il passato intercorso tra noi e il nostro interlocutore - il vissuto appunto – non condiziona il tono di voce e determina la scelta di una parola, di un aggettivo, di un avverbio? Da ciò si comprende quanto sia importante, per la realizzazione di un dialogo credibile e di un certo spessore, stendere una precisa biografia dei nostri personaggi dettagliando circostanze che magari non andremo mai a svelare al lettore.

Ci viene chiesto di supporre, tra un ipotetico lui e lei, chi sia il primo a parlare. Quasi unanimi sono i pareri: deve essere per forza una donna a dolersi del vuoto d’amore a tal modo. E allora, da quelle quattro battute, si visualizza il rapporto di una coppia in cui ognuno si chiude in se stesso, in cui il tentativo di chiarimento si risolve in un ribaltamento di accuse, in cui l’ego di uno non si piega alle ragioni dell’altro. Un ego che, commenta l’insegnante con un tono sconsolato della voce, fotte gli amori.

Poi, come fosse un gioco, proviamo a ribaltare la situazione e rileggiamo il dialogo avendo in mente l’idea che sia lui, l’uomo, a parlare per primo. Non se po’ sentì, dice l’insegnante che, editor di professione, di dialoghi ne avrà letti a bizzeffe. No, ripete, un uomo che si rivolge a una compagna con un “vorrei che tu mi amassi realmente” non se po’ proprio sentì.

Ma a un certo punto, con uno sguardo pensieroso e rivolto verso un punto indefinito del soffitto, la docente dice: a meno che... a meno che l’uomo non sia molto più grande della donna.

Ecco prendere corpo un altro scampolo di vita. La lei del dialogo è giovanissima, indisponente e disinvolta. Lui è in là con gli anni e la differenza di età, che una volta gli provocava soprassalti di giovinezza, ora lo trasforma in un essere stucchevole e vacillante. Lei ne approfitta, lo tiene in pugno. Fa la... fetente.

Abbiamo un dialogo, due situazioni. Nella narrazione è lo scrittore a tenere le redini del destino e decidere quale direzione prende l’esistenza dei suoi personaggi. Una responsabilità mica da niente.

di Giorgio Giaccaglini

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