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Laboratorio di scrittura creativa RAI-ERI “Il libro che non c’è” - Come una scultura

Come una scultura

Stendere una narrazione è un po’ come fare una scultura. Questa è la metafora che ci viene proposta nel laboratorio di scrittura creativa allorquando si affronta l’argomento della revisione di un testo narrativo. Come lo scultore sceglie il blocco di marmo, lo libera dalla polvere e dal fango e con uno scalpello di grandi dimensioni evidenzia le linee essenziali dell’opera che va cercando, così il narratore, nella prima stesura, crea un abbozzo della sua storia con un flusso di idee ancora imprecise e non molto organizzate.

Poi, con attrezzi sempre più precisi e raffinati, lo scultore scaglia via il marmo di troppo e in tal modo fa emergere le fasce muscolari, i nervi e le vene di un corpo, le morbide pieghe di un telo, i riccioli ribelli di una capigliatura. Così lo scrittore, nelle successive riscritture, va a eliminare una descrizione superflua, una spiegazione didascalica o una parte noiosa, trova il coraggio di sopprimere quel pezzo così bello ma astruso al senso che voleva esprimere, sostituisce una parola con un’altra più idonea a evocare la situazione narrata. Compie un progressivo lavorio di eliminazione, di sottrazione, di ricerca della perfezione.

Ma quando, mi domando, il lavoro di rifinitura di un’opera narrativa può definirsi concluso? Quando si giunge a un risultato finale? Se devi risolvere un esercizio di algebra potrai saltare un passo, fare un conto a memoria, eseguire una scomposizione diversa rispetto a quella del compagno di banco, ma alla fine il risultato finale è uno e uno solo. Non c’è via di scampo.

Ascoltando invece l’esercizio di revisione fatto in aula su un racconto di un “aspirante scrittore” del corso, sembra che i ragionamenti seguiti per togliere o meno un aggettivo o un avverbio, spostare una virgola, mettere un verbo in un certo punto della frase oppure in un altro, siano variegati e contrastanti.

Non esistono, cioè, passaggi obbligati e riconoscibili che permettano di giungere alla versione finale di un testo narrativo. In teoria il processo della riscrittura può essere infinito se anche uno come Hemingway riscrisse il finale di Addio alle armi trentanove volte per il semplice e valido motivo che non trovava le parole. Forse la risposta sta proprio qui: uno scrittore può considerare terminato il processo della revisione solo quando ha trovato le parole che risuonano con la storia che sentiva di comunicare.

di Giorgio Giaccaglini

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